Punto di partenza il millenario Hotel Les Berberes scavato a mano nel cuore della montagna di Matmata, il carburante è fatto e i viveri freschi sono caricati nella cambusa della cucina da campo, si parte. Il tratto di asfalto che porta all’incrocio della Pipeline è molto paesaggistico e qualche sosta per le foto di rito è obbligatoria. Raggiunto l’incrocio, attraversiamo velocemente il nuovo tratto di asfalto di circa 60 km. che ha sancito la definitiva fine poetica dell’Oasi di Ksar Ghilane, raggiungibile ora dalla grande massa munita di un qualsiasi mezzo di locomozione. Raggiungiamo l’inizio dello sterrato poco a sud dell’oasi, circa 50 km di pista intervallata da piccoli cumuli sabbiosi e da lunghi tratti di toule ondule, ci conducono abbastanza velocemente al centro petrolifero di Kamur, dove sbrighiamo le pratiche burocratiche di accesso al sud. A fine controllo la malandata sbarra che delimita la zona interdetta viene alzata da una guardia molto cordiale, un saluto e ci rimettiamo in marcia. Ancora molte decine di km. ci separano da una pista secondaria, che seguiremo fino ai piedi di un Erg sabbioso fra i più difficili da attraversare di tutto il Sahara “Zemlet El Borma”. Siamo in leggero ritardo sulla tabella di marcia non dimentichiamo che il tutto si deve svolgere in una settimana e già Venerdì saremo di ritorno, quindi non possiamo permetterci ritardi eccessivi. Decidiamo di entrare all’interno dell’Erg cercando da subito un buon posto per fare campo, prima però raccogliamo un po’ di legna per il doveroso fuoco serale intorno al quale potremo scambiarci le nostre prime impressioni di viaggio. Allestiamo il primo campo, ci godiamo il tramonto e un’ottima cena, cose semplici che diventano indimenticabili se vissute in piacevole compagnia, con silenziosi e giganteschi cordoni di dune a fare da sfondo. Il mattino seguente ci avviamo in direzione della sorgente uno “Itnin” (in lingua araba), ci ritroviamo ben presto in mezzo ad un vero e proprio maremoto di sabbia, dove si fatica molto ad avanzare fra le strette dune tipiche solo di questa zona. Le irte salite con brevissimi e stretti spazi di manovra si contrappongono a discese mozzafiato che ci fanno accedere a enormi depressioni o catini di 500/1000 mt. di diametro, che allentano un po’ la fatica sia umana che meccanica. Tutti un po’ a turno, un po’ tutti insieme ci insabbiamo, fa parte del gioco, tutti, anche quelli che non avevano mai utilizzato una cinghia da traino, a fine viaggio saranno esperti nell’utilizzo e nel giusto posizionamento di cinghie, grilli e quanto altro serve per il disincagliamento dei mezzi. Raggiungiamo l’ennesima cresta che divide due catini, ma questa volta il giallo paglierino della sabbia è spezzato dal verde intenso della vegetazione, segno che l’acqua è vicina. Scendiamo in una remota piana deturpata da resti metallici di antiche trivellazioni, contorti testimoni di un passato dove l’uomo tentava di arricchirsi ad ogni costo cercando idrocarburi e trovando invece una cosa ben più preziosa, che qui da oltre venti anni sgorga, permettendo alla vita di resistere in questo ambiente ostile. L’acqua priva di qualsiasi interesse per l’uomo che la trovava, diventa una salvezza in mezzo ad un mare di sabbia per molte forme di vita. Piante e fiori che abitualmente vediamo nel nostro quotidiano, diventano oggetto di interesse proprio perché collocati in quel particolare contesto. Dopo aver raggiunto un modesto ruscello, lo risaliamo fino alla fonte. Al centro esatto del catino un tubo di circa mezzo metro di diametro si erge in verticale per circa 8 metri, alla sua estremità un getto di acqua calda a circa 40 gradi esce con una portata impressionante, la pioggia che cade nelle immediate vicinanze ha una tale forza d’urto a terra che quasi non vi si riesce a stare sotto e il laghetto che si crea alla base con la sua spiaggetta è l’ideale per rimanere a godersi il meritato risposo dopo le grandi fatiche imposte dalle severe dune di “Zemlet El Borma”. Il rilassamento è tale che anche se non è ancora sera decidiamo di fermarci e allestire il secondo campo. Al mattino leviamo presto le tende in modo da sfruttare appieno la sabbia compatta tipica delle prime ore della giornata, impiegheremo tutta la mattinata prima di raggiungere la seconda sorgente. Durante il percorso un piacevole incontro con un piccolo clan della più grande tribù nomade del Grande Erg Orientale, quella degli R’Baya, che all’ombra di una piccola tamerice sorvegliano con attenzione alcuni dromedari di loro proprietà, discendenti delle tribù guerriere che invasero il Nord Africa gli R’Baya solo attualmente abilissimi allevatori di dromedari e di cani da caccia del deserto un tipo di levriero che può competere in velocità anche con le scattanti gazzelle.
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