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Alaska, l'ultima frontiera PDF Stampa E-mail
Scritto da Vanni Giannotti   
giovedì 28 giugno 2007

Il primo, indimenticabile, approccio all’Alaska mi travolge quando ancora il Boeing 757 proveniente da Seattle non ha toccato terra. Il finestrino dell’ultima fila, all’improvviso, è trafitto dal sole che brilla riflesso sulle acque del Cook Inlet. Mi appaiono gigantesche montagne, incappucciate di neve, mentre sospingono la città incontro all’oceano che sembra aprire le sue braccia - due rami turchesi chiamati Knik Arm e Turnagain Arm.

Poi appare il nastro grigio della pista che ci viene incontro, dissimulando una velocità relativa assai superiore a quella che sembrava dal cielo.

Il Ted Stevens Anchorage International Airport è una struttura moderna di scale mobili, marmo luccicante e grandi vetrate sulle foreste ed i ghiacciai. Fuori, è tutto un andirivieni di idrovolanti, che, dall’adiacente lago Hood, guadagnano gli hangar, percorrendo le stesse strade delle auto, e pronunciando alle mie orecchie la più solenne delle promesse di avventura.

Per quanto il vostro viaggio in Alaska possa essere preparato in anticipo rispetto alla partenza, la prima, irrinunciabile tappa, una volta atterrati ad Anchorage, è il Visitor Information Center, situato sulla quarta Avenue all’angolo con “G” Street.

L’ufficio è facilmente riconoscibile, poiché si tratta di una caratteristica costruzione di grossi tronchi con un bel tetto spiovente, sul quale si trova una rigogliosa quanto inusuale crescita d’erba. All’interno una grande quantità di mappe, brochure e offerte d’avventure, oltre a personale gentile e premuroso.

Su una lavagna, a fianco di una grande cartina geografica raffigurante lo stato dell’Alaska, campeggiano le previsioni meteorologiche per la settimana, che, sul momento, non posso che interpretare come le più inutili e bizzarre che mi sia mai capitato di vedere. Invariabilmente, per ognuno dei giorni dal lunedì al venerdì, preconizzano, ad un tempo, sia sole, sia nuvole, sia pioggia. Che strampalate previsioni!

A fine giornata, però, mi dovrò ricredere ed ammettere la correttezza del pronostico. In Alaska la giornata comincerà con nebbia e nuvole basse, che tenderanno a diradarsi rivelando, per un po’, un sole luminosissimo, fino a che le nuvole, poco prima apparse così lontane, non prenderanno ad inseguirsi ed attorcigliarsi per liberare una pioggia sottile ed insistente. Prima di sera, poi, tornerà nuovamente il sole, che asciugherà le strade e splenderà indisturbato fin quasi a mezzanotte. Tutte le stagioni nell’arco di una sola giornata.

Fuori dal capanno vorrei prendermi a pizzicotti per sincerarmi che tutto stia succedendo per davvero, ma capisco che mi basta respirare profondamente quest’aria fresca e frizzante. Sono le sette e mezza di mattino, ho una macchina parcheggiata qui davanti, e la mia videocamera, zeppa di pixel quanto io d’entusiasmo.

Mi aspetta l’Alaska, proprio quella che mi piace pronunciare lentamente, scandendone bene il nome, perché lo stesso suono della parola Alaska ha da sempre evocato in me i grandi spazi ed il senso stesso della più autentica avventura.

Per la sua vastità l’Alaska è soprannominata “La Grande Terra”. Il suo territorio ha un’estensione che copre una superficie maggiore di Francia, Italia, Austria, Svizzera, Germania, Olanda e Belgio messi tutti assieme; ed ha una popolazione di cinquecentomila abitanti, poco più di una città come Modena, oltre la metà dei quali vivono nel centro principale, Anchorage.

Per il resto lo stato è quasi completamente allo stato primitivo. Se New York avesse la stessa densità di popolazione non conterebbe più di sedici abitanti.



 
   
 
       
 
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